Il nostro cervello impara di più dalle persone che ci piacciono, a dirlo è la scienza

Il modo in cui ricordiamo le informazioni, dipende da chi ce le condivide? Alcuni neuroscienziati hanno provato a rispondere a questa domanda

Quante volte vi è capitato di assistere ad ore di lezione di un professore o una professoressa per cui non nutrivate una particolare simpatia per poi non ricordarvi assolutamente nulla della lezione, una volta suonata la campanella alla fine dell’ora? 

Probabilmente se quelle nozioni ve le avesse impartite il vostro migliore amico le avreste ricordate alla perfezione. A dirlo è uno studio condotto da alcuni neuroscienziati cognitivi dell’Università di Lund, che si sono chiesti se il nostro cervello abbia la tendenza ad incamerare più facilmente le informazioni, se a condividercele è una persona che consideriamo affine a noi o particolarmente piacevole. 

Scopriamo insieme come è stato condotto lo studio e a quali conclusioni sono giunti i ricercatori.

Come memorizziamo le informazioni dipende da chi ce le condivide?

I ricercatori Inês Bramão, Marius Boeltzig e Mikael Johansson hanno condotto una serie di esperimenti per capire cosa accade nel nostro cervello quando andiamo ad immagazzinare le informazioni.

I meccanismi cognitivi alla base della memoria, si basano sull’immagazzinamento delle informazioni e su una serie di collegamenti che andiamo a fare in automatico quando sentiamo informazioni nuove. Questo importante aspetto mnemonico ci permette di dedurre e trarre conclusioni basate sui nuovi dati che stiamo andando a memorizzare. 

Perciò la nostra memoria non è a sé stante, ma comunica con tutto ciò che è stato immagazzinato in precedenza e che non è stato eliminato per fare spazio alle nuove informazioni.

Lo svolgimento dell’esperimento

I ricercatori hanno hanno deciso di realizzare un esperimento che mettesse in luce come la memoria integrativa, ovvero il meccanismo che abbiamo descritto poco sopra, fosse influenza dal giudizio che l’ascoltatore poteva avere rispetto a chi stava divulgando le informazioni da interiorizzare.

I partecipanti dovevano d’apprima esprimere un parere rispetto a dei “presentatori”, ovvero dei partecipanti come loro che semplicemente presentavano una serie di oggetti. Poi, dovevano provare a ricordare tali oggetti.

Gli oggetti in questione erano semplici penne e forbici, ma l’esperimento ha dimostrato che i partecipanti tendevano a ricordare meglio l’oggetto presentato quando a mostrarlo e descriverlo era un presentatore su cui avevano espresso un’opinione positiva.

Conclusioni

Quello che si può evincere dai risultati dell’esperimento è la tendenza del nostro cervello ad assimilare le informazioni in modo diverso in base a chi ce le sta raccontando, come se la stessa cosa detta da individui differenti, avesse una salienza e una rilevanza totalmente diversa. Ma perché questo avviene?

docente scrive alla lavagna
Il nostro modo di memorizzare dipende dai livelli di attenzione – Unsplash – mentiscura.com

La motivazione potrebbe essere il vaglio dell’attenzione. In poche parole, quando a parlare è una persona che ci piace, che sentiamo simile a noi o che comunque percepiamo in modo positivo, presteremo più attenzione a ciò che ci sta dicendo, viceversa se non nutriamo stima o consideriamo spiacevole una persona, ciò che dirà ci sembrerà meno importante e meno interessante da ascoltare, e i nostri livelli attentivi caleranno.

L’efficacia dell’effetto alone

Quanto descritto fino ad ora rientra alla perfezione nella definizione di effetto alone.

L’effetto alone è un bias cognitivo che ci riguarda tutti. Questo bias ci porta a valutare una persona nella sua interezza basandoci su un singolo particolare, estendendolo.

Per farvi un esempio concreto, è scientificamente dimostrato che tendiamo a reputare come più intelligenti e professionali persone di bell’aspetto. La bellezza non ha nulla a che vedere con la personalità, l’intelligenza o le abilità di una persona, ma a causa dell’effetto alone la riterremo più autorevole rispetto ad una persona che fisicamente ci aggrada meno.

uomo d'affari in giacca elegante che cammina
Una persona di bell’aspetto risulta più autorevole per effetto alone – Unsplash – mentiscura.com

L’effetto alone subentra anche nelle pubblicità, ad esempio se una persona famosa ci consiglia di utilizzare un profumo, saremo spinti a volerlo comprare o a giudicare buonissimo quel profumo solo perchè a consigliarcelo è quella determinata persona famosa.

È come se il nostro cervello si aspettasse un effetto a catena: caratteristiche positive sono associate più facilmente ad altre caratteristiche positive, perciò se una persona mi sta simpatica sicuramente dirà cose più intelligenti che meritano di essere ricordate, così come se una persona è bella, sarà sicuramente più intelligente.

L’effetto alone ovviamente può avere delle conseguenze negative anche gravi, soprattutto perché agisce in noi in modo inconscio e per contrastarlo serve invece essere razionali e imporci di guardare alla situazione in modo diverso. È capitato, ad esempio, che durante alcuni processi, i colpevoli fossero giudicati meno duramente se di bell’aspetto, viceversa che le pene si inasprissero se il reo risultava poco attraente. 

Il ruolo delle emozioni nella memorizzazione delle informazioni

Un altro aspetto da considerare quando parliamo di memoria e interiorizzazione di informazioni è l’emozione.

I sentimenti guidano la nostra attenzione: lo stato emotivo in cui ci troviamo può influenzare i processi cognitivi della memoria, dell’attenzione e dell’apprendimento, filtrando solo le informazioni più attinenti alle emozioni che stiamo provando e favorendo un loro collegamento interno con eventi o informazioni simili già immagazzinate. Questo meccanismo mentale prende il nome di mood congruity effect.

Quindi, se la persona che sta parlando ci sembra in uno stato emotivo simile al nostro o sta parlando di qualcosa che in qualche modo si addice a ciò che proviamo, tenderemo ad ascoltarla con maggiore attenzione e ad interiorizzare di più quello che sta dicendo.

Un abile oratore è in grado di eseguire a regola d’arte quella che possiamo chiamare “comunicazione empatica” ovvero sintonizzare le emozioni del pubblico sulla sua stessa frequenza, per essere sicuro di avere la loro completa attenzione.

 

In conclusione, possiamo dire che se a parlarci è una persona che riteniamo simile a noi, di bell’aspetto e che ci racconta qualcosa in linea con ciò che proviamo in quel momento, ricorderemo al meglio ciò che ci sta raccontando o spiegando. 

Ciò che dobbiamo imparare a fare razionalmente è scindere le informazioni che ci vengono condivise rispetto a chi ce le sta dicendo. Può essere difficile farlo, perché vuol dire scollegare un meccanismo inconscio e attivarne uno che invece richiede uno sforzo cognitivo, però è di vitale importanza in alcune situazioni. 

Infatti, è importante non solo per prendere un buon voto con un professore antipatico, ma soprattutto per essere sempre obiettivi e lucidi quando qualcuno ci parla e non rischiare di essere manipolati dal suo aspetto o dall’idea che ci siamo fatti lui prima ancora che cominciasse a parlare.

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